
Galleria
Dove si trova
Provenendo da Sasso Pisano lungo la SP49, alla curva prima dell’abitato di La Leccia si svolta a sinistra su una strada vicinale (indicazione Centrale Geotermica Le Prata) e si prosegue per circa 1,3 km, poi si supera il guado sul Cornia, che si trova sulla sinistra. Dopo circa 1 km si arriva a un gruppo di case coloniche. Si parcheggia in uno slargo lungo la strada e si continua a piedi lungo una strada bianca chiusa da una catena fino a un secondo guado sul Cornia.
Sull’altra sponda si passa a lato di un cancello metallico e si sale per poche decine di metri. Sulla sinistra, oltre l’argine, vanno cercati con attenzione i flebili segni bianchi e rossi (il percorso non è ufficiale CAI) che indicano il sentiero verso la “Torraccia” (43°10’57,4″N – 10°49’02,1″E).
Io non ho trovato queste segnalazioni e ho proseguito lungo il letto del Cornia per circa 1 km, fino a un vaporotto. Lì si prende a destra lungo una via tagliafuoco, molto sconnessa, che porta ai ruderi.
L’area è privata: si raccomanda di rispettare catene, cancelli e proprietà.
Si consiglia di evitare il percorso con il maltempo o dopo forti piogge, perché i guadi possono diventare impraticabili.
Storia
Il Castel di Cornia – anche noto come Torraccia o Castelletto di Cornia – sorgeva su uno sperone tra il torrente Turbone e il fiume Cornia, proprio dove i due corsi d’acqua si uniscono. Il castello è documentato per la prima volta nel 1025, in una donazione al monastero di San Giovanni in Cornia, e di nuovo nel 1038. Fin dall’origine, intorno all’anno Mille, aveva una corte, un monastero e una chiesa. Fu probabilmente opera di una famiglia signorile locale legata all’abbazia di San Pietro a Palazzuolo di Monteverdi, che già prima dell’XI secolo possedeva diritti sul territorio e sui mulini lungo il fiume.
Nel XII secolo il castello passò ai conti Alberti di Prato, che lo tennero per quasi cento anni. Compare nei diplomi di Federico Barbarossa del 1155 e del 1164. Nel 1162, però, lo stesso imperatore lo includeva tra i castelli entro i confini del Comune di Pisa, e nel 1165 due consoli pisani lo visitarono per far valere quei privilegi. L’area, di confine, era contesa tra grandi famiglie, vescovi e città, attratte dalle vene metallifere e dalle strade tra nord e sud della Toscana. Nel 1171 e nel 1179 papa Alessandro III confermò alla Chiesa volterrana i beni della zona, compresa la chiesa di Castel di Cornia.
Dopo la dissoluzione dei domini albertenghi, a metà Duecento, il castello passò al Comune di Volterra. Secondo la tradizione locale fu poi distrutto dai Pannocchieschi di Castiglion Bernardi e ricostruito su un colle più alto e difendibile. Intorno al 1300 risulta abbandonato. A metà Quattrocento fu rioccupato dai Rossi, nobili fiorentini produttori di stoffe, che acquistarono i diritti sul castello e sulle allumiere di Cornia. In seguito la proprietà passò al vescovo di Volterra.
Oggi la Torraccia è un rudere di proprietà privata (famiglia de Larderel). È una torre quadrata in pietra scura, alta oltre quindici metri. Mostra due fasi costruttive distinte, per materiali e tecnica. I filari sono di pietre squadrate e in alto restano i beccatelli, alcuni caduti e visibili al suolo. Attorno si vedono i resti delle mura. La torre è in parte crollata. Accanto resta un muro ancora più rovinato, che termina in un cumulo di pietre. Non è vincolata dalla Soprintendenza, ma è schedata nel piano strutturale di Castelnuovo Val di Cecina, che ne prevede il possibile recupero (cosa che ritengo alquanto improbabile).








